mercoledì 29 agosto 2007

Le lingue e la scelta di Montreux

La Svizzera di fronte ad una scelta difficile

Il dibattito sull‘inglese e sulle altre lingue nazionali
Il compromesso di Montreux

Anni addietro, riferendosi ai risultati del censimento della popolazione del 1990, al rapporto sul quadrilinguismo elvetico e la difesa delle lingue minacciate (italiano e romancio) fino alle note iniziative dell’on. Cotti, l’immagine, dentro e fuori i confini, della Svizzera quadrilingue emergeva sicura ed autorevole quasi a modello, in Europa e nel mondo, dell’equilibrata coesistenza, anche per il noto principio di territorialità delle quattro lingue e culture elvetiche, col rapporto Lüdi (Gesamtsprachenkonzept).
Con la prepotente invasione dell’inglese, il cui insegnamento è proposto da alcuni Cantoni a discapito delle lingue nazionali, la situazione è andata cambiando: sia perché il discorso negli ambienti culturali e scolastici si è radicalizzato nella contrapposizione Svizzera francese, Svizzera tedesca e italiana, sia perché si è persa per strada la consapevolezza del significato dell’art.70 della Costituzione federale.
In pratica, in questo tempo si stanno affievolendo coordinate storiche e linguistiche già codificate nel costume e nella cultura elvetici, in quanto si dimentica che l‘affermato modello linguistico codificato nel quadrilinguismo elvetico è connesso con il modello politico. La Confederazione si basa su questa connessione che costituisce un tratto distintivo della sua storia e del suo popolo.
La decisione zurighese – di introdurre sperimentalmente l’inglese quale seconda lingua in alcune classi di 1.a elementare - ha improvvisamente riaperto il dibattito sull’insegnamento delle lingue in Svizzera.
Quanto deciso da Zurigo, riconosce Diego Erba, discutibile per molti versi, ha avuto il merito di sollevare il coperchio di una pentola in ebollizione, in quanto i responsabili si sono trovati immediatamente confrontati con la pressante richiesta di Zurigo di insegnare l’inglese prima del francese e – ovviamente – dell’italiano.
Dalla nostra esperienza scolastica emerge che attualmente nei diversi Cantoni docenti e genitori cercano di capire certe decisioni anche per poter rispondere alla frequente domanda: quale lingua straniera avrà la precedenza nelle scuole primarie dell’obbligo?
Se fino a qualche anno fa la maggioranza dei confederati avrebbe risposto “una lingua nazionale” a seconda della regione linguistica, ora ci sono persone che senza la minima motivazione indicano “l’inglese” a scapito, per esempio, del francese.

Gli antefatti linguistici
Alla fine di ottobre – e prima della fumosa riunione di inizio novembre dell’EDK (Conferenza dei direttori cantonali della pubblica istruzione) a Montreux (VD) - la Commissione della scienza e dell’educazione del Consiglio nazionale ha deciso di voler iscrivere nella Costituzione federale l’obbligo di insegnamento di una lingua nazionale quale primo idioma straniero.
Tale decisone ha aumentato i contrasti sulle problematiche dell’insegnamento delle lingue nella scuola dell’obbligo e si sta profilando un conflitto tra Cantoni fautori e contrari all’insegnamento precoce dell’inglese.
Successivamente il dibattito si è ancora maggiormente vivacizzato con il risultato del voto espresso dai direttori cantonali: con nove pareri favorevoli e otto contrari, la Commissione ha adottato l’iniziativa parlamentare di Didier Berberau secondo cui “la seconda lingua insegnata a scuola, dopo quella della regione, è una delle lingue ufficiali della Confederazione“.
Inutile dire che l’iniziativa parlamentare si rivolge direttamente a quei Cantoni svizzero-tedeschi che hanno di recente deciso di introdurre l’inglese quale prima lingua straniera sin dalle elementari.
Appenzello, piccolo cantone di montagna, quando ha scelto l’inglese è passato quasi inosservato per la sua decisione nel contesto federale. La bagarre è invece iniziata nei primi mesi dell’anno quando il potente Zurigo, con abbondante uso di mezzi di informazione, ha fatto conoscere la stessa decisione. Reazioni e critiche sono emerse da varie parti, in particolare dai Cantoni romandi.
In questo quadro ha preso l’iniziativa la direzione dell’EDK con la proposta del 21 settembre che cerca di stabilire un compromesso: gli scolari che usciranno dalla scuola elementare dovranno possedere competenze uguali sia in inglese sia nella seconda lingua nazionale. Tale proposta, che è stata poi discussa il 2 e 3 novembre nella riunione plenaria della conferenza, ha portato altri stimoli ed argomenti per il dibattito già iniziato.
Sul versante della didattica alcuni si sono subito domandati se tenendo presente l’attuazione del modello zurighese gli alunni possano riuscire a raggiungere un livello di competenze nella lingua francese paragonabile (qui entrano in gioco non solo il lessico padroneggiato, ma primariamente il livello delle funzioni linguistiche acquisite) a quello raggiunto nella lingua inglese.
A ciò si aggiunge il fatto che per l’auspicata “uguaglianza di arrivi linguistici” il livello di lingua francese si sviluppa in un arco di soli due anni, mentre all’inglese vengono dedicati quattro anni di studio.
Secondo il ministro ginevrino M.Brunschwig-Graf, tra l’altro anche vicepresidente della EDK, la fattibilità della proposta della Conferenza dei direttori cantonali non è stata verificata a sufficienza. Il dibattito di novembre ha poi lasciato cadere questo tentativo di compromesso.
A Basilea, Cantone bilingue, si intende invece dare la precedenza alla lingua dei vicini, come a Berna. Diversa invece è la posizione del Cantone dei Grigioni dove, pur di dare spazio alle lingue cantonali (tedesco e italiano) e alla lingua inglese, si intende offrire facoltativamente il francese.
Il presidente della federazione dei docenti svizzeri (LCH.), B.W.Zemp, pur concordando per un insegnamento precoce delle lingue straniere, non vuole che l’anticipazione dell’insegnamento dell’inglese vada a detrimento di quello di una seconda lingua nazionale. A suo parere, la riforma dell’insegnamento delle lingue va condotta in modo coordinato a livello federale: “cantoni come Zurigo, Grigioni e Appenzello Interno devono rivedere le loro decisioni”.

L’incontro di Montreux
Nell’attesissima riunione di Montreux del 2 e 3 novembre u.s. i membri della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica istruzione hanno esaminato le varie e diversificate proposte per l’insegnamento delle lingue in generale e dell’inglese in particolare.
Non vi è stata unanimità di vedute tra i 26 rappresentanti cantonali. Infatti in una votazione di carattere consultivo 13 di essi hanno optato per la seconda lingua nazionale come insegnamento obbligatorio nelle elementari, a seconda della regione linguistica. Fra i Cantoni a favore di questa soluzione si trovano il Ticino, Grigioni e tutti i Cantoni romandi. Gli altri 12 Cantoni capeggiati da Zurigo si sono dimostrati propensi alla libertà di scelta. Il rappresentante di Basilea-città si è astenuto.
Non trovando nessuna soluzione adeguata, o come è stato detto “raccomandazione solida” l’EDK sollecita una consultazione sul piano nazionale, invitando i Cantoni a non prendere alcuna decisione vincolante - se non a titolo sperimentale - fino a quando la consultazione non sarà ultimata.
Aggiornata a tempi utili la questione, i membri dell’EDK si sono concentrati su un’altra iniziativa che riguarda le politiche linguistiche dei Cantoni: è stato approvato all’unanimità un catalogo di 18 raccomandazioni in materia di riforma dell’insegnamento delle lingue.
Com’è stato riconosciuto il doppio traguardo sembra ancora lontano, segnatamente perché, come annota M.Brunschwig-Graf, pochi Cantoni impartiscono attualmente l’insegnamento di due lingue straniere nelle elementari mentre la maggioranza fra questi non ha ancora introdotto l’inglese.
Naturalmente, aggiungiamo che occorrerà formare adeguatamente i docenti e trovare soluzioni per la definizione degli orari scolastici. Cose tutt’altro che semplici.
Il Presidente dell’EDK Hans Ulrich Stöckling, che ha saputo condurre i lavori della conferenza di Montreux con saggezza ed abilità, raccomanda un dialogo esteso a tutti gli interessati, comprese le diverse associazioni degli insegnanti che, in questa tematica, sono state per ora scarsamente coinvolte.
Questo processo di consultazione e di informazione fra organizzazioni ed istituzioni scolastiche e culturali sarà proficuo e necessario e permetterà all’EDK, alla luce dello Schulkonkordat di emanare a tutti i Cantoni sull’insegnamento delle lingue la relativa “tragfähige Empfehlung”.
A seguito delle conclusioni della riunione di Montreux, il capo dell’ufficio scuola e cultura del Cantone Ticino, Diego Erba ha manifestato solo in parte soddisfazione per quanto deciso, in quanto rimane ancora aperto il quesito di quale lingua straniera offrire agli allievi. Non si tratta solo - aggiunge Erba - di un aspetto tecnico, ma di una valutazione meramente politica. Auguriamoci che le pressioni legate ad un “uso mercantile” delle lingue non vadano a scapito della comprensione e delle conoscenze delle culture del nostro Paese e, in particolare, della lingua italiana.(viga)